Una vera etica della responsabilità dovrebbe investire non solo quelle autorità e quegli uomini che hanno potere decisionale, ma
dovrebbe richiedere un impegno da parte di tutte quelle forze che formano l'opinione pubblica. Quelle forze, evidentemente, sono i
mezzi d'informazione che, in definitiva, condizionano l'opinione di ogni singolo individuo.
Una vera etica della responsabilità presuppone che vengano sciolte le ambiguità che lasciano ampi margini di interpretazione e, di conseguenza, di scontro.
Per porre fine al conflitto è necessario che ci siano due interlocutori che si siedano ad uno stesso tavolo, che abbiano la volontà di capirsi e, cosa più importante, che parlino la stessa lingua. E' proprio il linguaggio quello che manca, o meglio, è l'ambiguità dei termini che impedisce una vera presa di posizione responsabile.
Si parla spesso, a proposito di Israele e Palestina, di diritto. Precisando che diritto non è sinonimo di giustizia, bisogna prendere atto di come, in quella terra, il diritto sia la cosa più violata.
Diritto non significa giustizia, o almeno non solo questo; diritto non è un insieme di leggi, o almeno non solo questo; diritto, infine, è anche qualcosa di non negoziabile.
Ci sono diritti che sono, o dovrebbero essere, riconosciuti propri dell'uomo e che non possono dipendere dalle diverse leggi dei differenti paesi.
Ma è quando due diritti si scontrano che sorge il problema:
dove inizia il diritto alla sicurezza di Israele e dove finisce il diritto al movimento dei Palestinesi?
Se non si arriva ad una risposta, l'unica soluzione possibile è un muro, sia fisico che ideologico.
E ancora: cosa significa 'terrorismo'? Chi è terrorista e chi è soldato? Che differenza c'è tra un'azione di guerra e una pulizia etnica? Cosa significa sionista? Ed ebreo? E israeliano? Tutti gli ebrei sono sionisti? Tutti gli israeliani sono ebrei e sionisti?
Molte di queste domande possono trovare una risposta nello studio della storia.
Alle domande più importanti, quelle sui diritti, la giustizia e la pace, possono dare una risposta solo coloro che hanno il potere, e quindi la responsabilità, di darne.
Quindi, in definitiva, una spiegazione storica della questione israelo-palestinese è la storia del perché una risposta, ancora, non ce l'abbiano data.
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domenica 21 marzo 2010
giovedì 18 marzo 2010
Ognuno si fa la sua Storia
Per cogliere tutte le sfumature che caratterizzano il conflitto arabo-israeliano è indispensabile ricercarne le radici nella Storia.
E' un lavoro difficile per diverse ragioni: in primo luogo si deve arretrare nel tempo, e cominciare l'indagine dalla fine dell'Ottocento.
Inoltre, è un conflitto che può essere equiparato ad un libro non ancora terminato ma che può vantare la stesura di numerosi capitoli, tutti completi e coerenti.Ogni capitolo può dirsi concluso, ma il suo apporto rimarrà aperto fino a quando non sarà messo il punto definitivo a tutto il racconto.
Questa continuità fatta di episodi ormai datati, che però mantengono inalterata la loro influenza sulla situazione odierna, ha contribuito a rendere difficile un'interpretazione univoca. Ecco che, allora, un'analisi storica sulle origini e sulle prospettive dellla questione israelo-palestinese non può ridursi ad una cronologia delle tappe più importanti che hanno portato alla nascita dello Stato d'Israele e che hanno scandito i suoi scontri con gli arabi e i palestinesi.
Dietro ad ogni avvenimento ci sono delle logiche che si possono disvelare solo conoscendo le pieghe culturali e politiche che lo sostengono.
In questo spazio è impossibile trattare tutti gli avvenimenti che hanno portato alla situazione odierna. Questo spazio è invece utile, al di là del numero di persone che leggerano ciò che scrivo, per ribadire che la Storia non è mai una.
Bisogna studiare sempre due punti di vista per capire gli errori che vi sono in una parte e nell'altra. Non bisogna mai formarsi un terzo punto di vista che sia il risultato della sintesi tra i primi due.
Bisogna sempre tener presente che il conflitto in palestina è sì Storia, ma non solo quella fatta dai leader. E' la storia delle vittime incolpevoli, è un romanzo realista scritto da un principiante che mischia stili e generi letterari diversi.
E' un lavoro difficile per diverse ragioni: in primo luogo si deve arretrare nel tempo, e cominciare l'indagine dalla fine dell'Ottocento.
Inoltre, è un conflitto che può essere equiparato ad un libro non ancora terminato ma che può vantare la stesura di numerosi capitoli, tutti completi e coerenti.Ogni capitolo può dirsi concluso, ma il suo apporto rimarrà aperto fino a quando non sarà messo il punto definitivo a tutto il racconto.
Questa continuità fatta di episodi ormai datati, che però mantengono inalterata la loro influenza sulla situazione odierna, ha contribuito a rendere difficile un'interpretazione univoca. Ecco che, allora, un'analisi storica sulle origini e sulle prospettive dellla questione israelo-palestinese non può ridursi ad una cronologia delle tappe più importanti che hanno portato alla nascita dello Stato d'Israele e che hanno scandito i suoi scontri con gli arabi e i palestinesi.
Dietro ad ogni avvenimento ci sono delle logiche che si possono disvelare solo conoscendo le pieghe culturali e politiche che lo sostengono.
In questo spazio è impossibile trattare tutti gli avvenimenti che hanno portato alla situazione odierna. Questo spazio è invece utile, al di là del numero di persone che leggerano ciò che scrivo, per ribadire che la Storia non è mai una.
Bisogna studiare sempre due punti di vista per capire gli errori che vi sono in una parte e nell'altra. Non bisogna mai formarsi un terzo punto di vista che sia il risultato della sintesi tra i primi due.
Bisogna sempre tener presente che il conflitto in palestina è sì Storia, ma non solo quella fatta dai leader. E' la storia delle vittime incolpevoli, è un romanzo realista scritto da un principiante che mischia stili e generi letterari diversi.
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