L'attacco delle forze armate israeliane alla flotta di navi "pacifiste" mette in luce, con inesorabile chiarezza, tutta la debolezza di un Paese che si sente accerchiato, isolato e impotente.
Le ripercussioni di un gesto sconsiderato stanno allagando non solo l'opinione pubblica internazionale, ma anche la stessa società israeliana.
Il governo ha perso di credibilità; l'esercito, da sempre sostenuto in ogni sua azione, viene accusato di inefficacia; i giornali israeliani condannano un'azione che ha messo in difficoltà l'intera strategia israeliana di sicurezza. L'unico fattore unificante è il rifiuto di sottomettersi a delle indagini da parte dell'ONU, definito un organismo ipocrita e fazioso.
A qualche giorno di distanza dall'accaduto, possiamo guardare ai fatti senza quella emotività che condiziona ogni giudizio a caldo.
La Striscia di Gaza, dal 2007, anno della presa del potere di Hamas, è tagliata fuori dal resto del mondo. Israele sorveglia l'entrata e l'uscita di persone, merci e medicinali, sia via terra che via mare. Lo scopo, apertamente dichiarato, è quello di spingere la popolazione a ribellarsi ad Hamas. Un milione e mezzo di persone vivono al limite della dignità umana senza la possibilità di muoversi liberamente, senza il diritto ad essere curati, senza cemente e ferro per ricostruire le abitazioni distrutte dai raid israeliani (Operazione "Piombo Fuso"), senza concime per coltivare i campi e senza poter pescare nelle acque costiere.
I fertilizzanti non entrano nella Striscia perchè possono essere usati per la costruzione di esplosivi, i tubi in ferro, indispensabili nei cantieri, potrebbero essere usati come razzi rudimentali, la benzina è un propellente, quindi ne è vietato l'accesso.
In definitiva, Israele sta mettendo in ginocchio una popolazione con lo scopo di suscitare una rivolta contro Hamas, senza accorgersi che sta facendo il gioco di quella stessa organizzazione che vuole sconfiggere.
Ma Israele crede in quello che fa, pattugliando con zelo il tratto di mare antistante la Striscia.
Dalla Turchia parte un piccola flotta di navi cariche di tutti quei beni di prima necessità che la popolazione di Gaza si vede negare. Lo scopo del viaggio, inutile nasconderlo, non è solo l'aiuto umanitario, ma anche, e soprattutto, la violazione simbolica del blocco israeliano.
A diverse miglia dalla costa, in acque internazionali, le navi vengono intercettate ed assaltate. In termini militari è un fallimento, perchè la resistenza di alcuni passeggieri mette in crisi la prima ondata di militari. Colti di sorpresa, cosa deprecabile per ogni esercito, rispondono con esagerata violenza: usano armi letali e uccidono 10 persone ferendone diverse decine.
Gli aiuti non sono arrivati a destinazione, ma il messaggio di un'Israele forte, ma cieco e brutale, è giunto agli occhi di tutto il mondo. Probabilmete era anche questo lo scopo di quel viaggio attraverso il Mediterraneo.
Mostrare i muscoli, mettersi a nudo, ha l'inconveniente di ostentare a tutti i propri difetti fisici.
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giovedì 3 giugno 2010
domenica 21 marzo 2010
Un'etica della responsabilità
Una vera etica della responsabilità dovrebbe investire non solo quelle autorità e quegli uomini che hanno potere decisionale, ma
dovrebbe richiedere un impegno da parte di tutte quelle forze che formano l'opinione pubblica. Quelle forze, evidentemente, sono i
mezzi d'informazione che, in definitiva, condizionano l'opinione di ogni singolo individuo.
Una vera etica della responsabilità presuppone che vengano sciolte le ambiguità che lasciano ampi margini di interpretazione e, di conseguenza, di scontro.
Per porre fine al conflitto è necessario che ci siano due interlocutori che si siedano ad uno stesso tavolo, che abbiano la volontà di capirsi e, cosa più importante, che parlino la stessa lingua. E' proprio il linguaggio quello che manca, o meglio, è l'ambiguità dei termini che impedisce una vera presa di posizione responsabile.
Si parla spesso, a proposito di Israele e Palestina, di diritto. Precisando che diritto non è sinonimo di giustizia, bisogna prendere atto di come, in quella terra, il diritto sia la cosa più violata.
Diritto non significa giustizia, o almeno non solo questo; diritto non è un insieme di leggi, o almeno non solo questo; diritto, infine, è anche qualcosa di non negoziabile.
Ci sono diritti che sono, o dovrebbero essere, riconosciuti propri dell'uomo e che non possono dipendere dalle diverse leggi dei differenti paesi.
Ma è quando due diritti si scontrano che sorge il problema:
dove inizia il diritto alla sicurezza di Israele e dove finisce il diritto al movimento dei Palestinesi?
Se non si arriva ad una risposta, l'unica soluzione possibile è un muro, sia fisico che ideologico.
E ancora: cosa significa 'terrorismo'? Chi è terrorista e chi è soldato? Che differenza c'è tra un'azione di guerra e una pulizia etnica? Cosa significa sionista? Ed ebreo? E israeliano? Tutti gli ebrei sono sionisti? Tutti gli israeliani sono ebrei e sionisti?
Molte di queste domande possono trovare una risposta nello studio della storia.
Alle domande più importanti, quelle sui diritti, la giustizia e la pace, possono dare una risposta solo coloro che hanno il potere, e quindi la responsabilità, di darne.
Quindi, in definitiva, una spiegazione storica della questione israelo-palestinese è la storia del perché una risposta, ancora, non ce l'abbiano data.
dovrebbe richiedere un impegno da parte di tutte quelle forze che formano l'opinione pubblica. Quelle forze, evidentemente, sono i
mezzi d'informazione che, in definitiva, condizionano l'opinione di ogni singolo individuo.
Una vera etica della responsabilità presuppone che vengano sciolte le ambiguità che lasciano ampi margini di interpretazione e, di conseguenza, di scontro.
Per porre fine al conflitto è necessario che ci siano due interlocutori che si siedano ad uno stesso tavolo, che abbiano la volontà di capirsi e, cosa più importante, che parlino la stessa lingua. E' proprio il linguaggio quello che manca, o meglio, è l'ambiguità dei termini che impedisce una vera presa di posizione responsabile.
Si parla spesso, a proposito di Israele e Palestina, di diritto. Precisando che diritto non è sinonimo di giustizia, bisogna prendere atto di come, in quella terra, il diritto sia la cosa più violata.
Diritto non significa giustizia, o almeno non solo questo; diritto non è un insieme di leggi, o almeno non solo questo; diritto, infine, è anche qualcosa di non negoziabile.
Ci sono diritti che sono, o dovrebbero essere, riconosciuti propri dell'uomo e che non possono dipendere dalle diverse leggi dei differenti paesi.
Ma è quando due diritti si scontrano che sorge il problema:
dove inizia il diritto alla sicurezza di Israele e dove finisce il diritto al movimento dei Palestinesi?
Se non si arriva ad una risposta, l'unica soluzione possibile è un muro, sia fisico che ideologico.
E ancora: cosa significa 'terrorismo'? Chi è terrorista e chi è soldato? Che differenza c'è tra un'azione di guerra e una pulizia etnica? Cosa significa sionista? Ed ebreo? E israeliano? Tutti gli ebrei sono sionisti? Tutti gli israeliani sono ebrei e sionisti?
Molte di queste domande possono trovare una risposta nello studio della storia.
Alle domande più importanti, quelle sui diritti, la giustizia e la pace, possono dare una risposta solo coloro che hanno il potere, e quindi la responsabilità, di darne.
Quindi, in definitiva, una spiegazione storica della questione israelo-palestinese è la storia del perché una risposta, ancora, non ce l'abbiano data.
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